2015, Massimo Locci su “Orme”

“Nella esposizione ‘Orme’ alla Galleria Campioli Valter Vari presenta i suoi nuovi lavori, realizzati con tecniche varie e composti da legno, garze, fili e forme da scarpe dipinte. Da queste ultime discende il titolo della mostra ‘Orme’.

I fili definiscono uno spartito musicale e le forme da scarpe rappresentano le note ma, anche, le figure umane che lasciano reali segni del loro passaggio sulla terra, impronte di vita nello spazio. 

La composizione è una palese sinèddoche, cioè un procedimento linguistico-espressivo che consiste nell’attribuire a una parte i significati del tutto: le forme da scarpe rappresentano i piedi, quindi gli uomini e la società;  le orme alludono al vissuto, agli eventi, alla Storia.

Già in passato, nel 2005, Valter Vari aveva lavorato sul tema delle tracce (“Tracce su iuta”, “Tracce su piombo”, “Tracce su resina”) legando il segno prodotto da un rullo tipografico al movimento lento e all’azione sistematica dell’operatore. In quel ciclo aveva contrastato la ripetitività della tecnica grafica intervenendo solo con sovrapposizione di materia-colore: ne aveva poi misurato gli effetti “casuali” (striature policrome) sulle diverse materie di supporto.  In quel caso, grazie alla tecnica veloce e ai pochi tratti essenziali, emergeva una fluidità  narrativa, lo scorrere del tempo e la varietà poli-sensoriale del vissuto.

In questi nuovi lavori Valter Vari realizza un vero sconfinamento disciplinare: dall’antropologia all’arte, dalla dimensione sociale all’estetica, dalla memoria del lavoro agricolo e artigianale all’idea di spazio morfologico.

Le nuove composizioni diventano tridimensionali e le aggregazioni non sono più frutto del caso, ma discendono da un ‘gioco sapiente’ di relazioni geometrico-proporzionali. Sono esito di stadi attuativi differiti nel tempo, in cui i vuoti, gli spazi residuali, sono altrettanto importanti quanto le forme piene.

Le ‘orme’ costituiscono una modalità  interpretativa, di una vicenda e/o di un contesto, reale o solo immaginato; rappresentano una procedura metodologica, un’ermeneutica per capire e prefigurare un sito, un modo di ragionare sullo spazio costruito attraverso addizioni, addensamenti, deformazioni e ripetizione di elementi.

Allo stesso tempo i pentagrammi  rappresentano un sistema di relazioni ordinate ed, essendo Valter Vari anche un progettista, si può immaginare che gli stessi e le singole parti possono rappresentare

anche disegni di città fantastiche e architetture libere, cioè interpretazioni astratte e atopiche dello spazio.

Le aggregazioni, per altri versi, sono interpretabili come figure plastiche senza tipologie reali e prestabilite, che traggono ispirazione solo dal contenitore della propria esperienza visiva. Nella rappresentazione l’architettura viene assorbita come memoria e rappresentata come figura a se

stante. Lo spazio fruibile si trasforma quindi in simbolo, da protagonista si tramuta in  comprimario.  Risulta pertanto un archetipo, come viene inteso da C.G. Jung, cioè prodotto della memoria collettiva.

Lo spazio prefigurato da Valter Vari, in virtù dell’interdipendenza delle parti, è immerso in un universo comunicativo e relazionale; egli stesso è costantemente alla ricerca di strumenti per una migliore trasmissione e comunicazione della propria visione espressivo-sensoriale. Nello specifico ricerca lo spazio della Storia dell’Arte e dell’Architettura; territori che devono essere attraversati e vissuti, ma anche valutati in relazione alla cultura che li hanno prodotti, quindi indagando le componenti sociali, storiche, antropologiche, tecniche e teoriche.

Inoltre, essendo le orme vere e proprie tracce permanenti dell’esperienza vissuta dalle generazioni che ci hanno preceduto, le stesse evocano ancora ricordi ancestrali. L’artista propone, infatti, una lettura a-storica che è ben sintetizzata dall’assioma di Edward Carr “La storia consiste essenzialmente nel guardare il passato con gli occhi del presente e alla luce dei problemi del presente”.

L’intenzione è individuare valori da sostenere, rileggere, interpretare e amplificare legando l’esperienza storica agli indirizzi reali, in un arco temporale che dal passato ci riconduce al contemporaneo.

Anche la componente zoomorfica, le sembianze di animali preistorici (i “Dinosauri”) cui le aggregazioni di componenti meccaniche riciclate ci riconducono, più che un gioco arbitrario risulta essere un esercizio interpretativo del mito e dell’archetipo, per dissolverne il potenziale evocativo in un repertorio di referenti più vasto possibile e lasciando aperta la possibilità di esplorare forme finalmente nuove, dove sia difficile riconoscere persino archetipi e fantasmi ancestrali.

Tra tempo sospeso, sogno e memoria, i collage di Valter Vari ci riportano a un mondo scomparso, a una condizione conciliata che non crea turbamenti o conflittualità. La capacità di assemblare immagini preesistenti va intesa, dunque, come una modalità per lavorare negli interstizi che la storia lascia aperti, come una necessità di verifica sulle potenzialità inespresse nei linguaggi contemporanei”.   

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