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2010, Serena Mariani su “Trame 2”
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“In questo monocromo nero, il conflitto interno tra razionale e inconscio emerge in tutta la sua drammaticità, in un gesto liberatorio che inevitabilmente richiama alla memoria un famoso test psicologico proiettivo, di fronte al quale ognuno di noi può dare libero sfogo alla propria immaginazione”
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2009, Serena Mariani su “Letture”
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“Nello spazio bianco del possibile, l’artista imprime il proprio percorso esistenziale, il proprio Io nel mondo.
Il tracciato si fa orizzontale e il colore, addensandosi verso il centro, ci spinge ad un raccoglimento interiore.
L’istallazione invita alla lettura di una storia narrata senza parole”.
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2007, Emidio Di Carlo
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“La ricerca del nuovo ha spinto Valter Vari verso un immaginario formale decantato da possibili meraviglie naturalistiche di ordinaria manifestazione speculativa. Pertanto, non destano sorpresa i materiali eterogenei entrati a far parte del suo bagaglio tecnico; materiali spesso di recupero che nell’utilizzazione attengono alla duplice funzione di supporto e di partecipazione alla costruzione dei singoli eventi creativi. Tele, oli, plastiche, carte da parati, inchiostri tipografici compongono il caleidoscopio di immagini attraverso le quali l’artista decanta, appunto, le sue persistenti emotività correnti. Il linguaggio resta ancorato ad un’esposizione narrativa astratto-informale che incalza con impronte pittoriche gestuali. Nel “nuovo” di Vari progredisce l’excursus di quegli artisti che, nell’immediato dopoguerra, da Parigi a Tokio, da New York a Roma, diedero consistenza ad un prevalente linguaggio, grafico e formale, privo di un segnale concettuale evidente con un fare operativo basato sulla velocità di esecuzione, senza referenti naturalistici e simbolici”.
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2004, Caterina Nobiloni su “Emozioni in blu”
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“Secondo Kandinsky, ‘la profondità la troviamo nel blu’; si tratta di quel tipo di profondità che attiene all’Anima, che ci riporta a noi stessi e a ciò di cui realmente siamo fatti nel nostro intimo. E’ lo stesso percorso a rebus che Valter Vari traccia durante le sue ricerche di oggetti dismessi e abbandonati, in una parola: passati.
Di questi disparati ed eterogenei ritrovamenti egli mette in atto, più che un recupero nostalgico, una riscrittura artistica, dettata dalla necessità di lavorare su ‘tracce del passato’.
I lavori in mostra sono ricavati da un vecchio copri-materasso costellato di rammendi e rappezzature, da una tovaglia di fiandra che custodisce il segreto di infinite conversazioni al desco domestico, da un foglio di carta utilizzata per la pulizia di macchine fotocopiatrici e da lastre di piombo incise da un rullo che scorre come il tempo.
E del tempo che è trascorso, queste ‘tele’ conservano tutto il fascino e tutto il peso, simboleggiato anche dalla base in ferro arrugginito -il disco di un vecchio morgano- che le sostiene e le mostra in tutta la loro preziosa fragilità e vulnerabilità.
Tracce di blu quale filo di Arianna che Valter Vari utilizza per non smarrire il cammino attraverso una dimensione nella quale il trascorrere del tempo, seppur percepibile, sfuma nella sospensione dell’attimo da lui evocato”.
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2004, Serena Mariani su “Caleidoscopio”
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“Diaframmi circolari legati al processo di filtraggio dell’olio, che l’artista sottrae al consumo, alla temporale fisicità e funzionalità dell’oggetto. La superficie dipinta si fa immateriale, fluttuante espressione della percezione visiva dell’artista che guarda il mondo attraverso un caleidoscopio, dove è possibile scorgere la molteplicità e la frammentarietà del reale, nello spazio dello stupore, della meraviglia, dell’emozione della prima volta”
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2004, Loretta Sapora su “Emozioni in rosso”
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“La personale dell’artista romano Valter Vari accompagnata dalla coreografia ‘Il cerchio’ di Natascia Maimone, utilizzando una molteplicità di linguaggi (pittura, installazione, musica e danza), affronta il difficile tema della violenza estrema di un essere vivente contro l’altro.
‘Tutti conoscono la tragedia del Toro, e possono facilmente udire il dolore urlato dalle sue carni e dal suo sangue. Ma chi conosce, chi mai potrà comprendere il dramma silenzioso del Torero?’
Questa in sintesi l’idea guida attorno a cui l’artista ha lavorato, riflettendo sulla natura della pulsione aggressiva, che è alla base del continuo riproporsi dell’eterna lotta tra bene e male.
Le opere pittoriche di Vari raccontano, attraverso la materia squarciata dagli ideogrammi/ferite in rosso/sangue che le bende bianche non riescono ad arginare, il dramma dell’uccisione del Toro (immagine simbolica di tutte le vittime della violenza) da parte del Torero (immagine simbolica di tutti gli aggressori): sulle ragioni, a prima vista illeggibili e misteriose come gli ideogrammi formati dal sangue versato, il lavoro della coscienza porta la luce dell’elaborazione (l’oro che dall’alto cade sulla tela).
La coreografia della Maimone, partendo dalla installazione centrale di Vari che rappresenta i due personaggi del dramma, cercherà di penetrare idealmente nell’animo del Torero, analizzando la complessa successione di emozioni e sentimenti che, appena compiuto il suo delitto, lo attraversano, e che lo condurranno infine al ricongiungimento con l’Amore Infinito, dopo un doloroso percorso interiore (il “cerchio”, per l’appunto):
‘1- Sopraffazione sull’altro; 2-Compiacimento; 3- Smarrimento, incredulità; 4-Perché???; 5-Tristezza; 6-Solitudine; 7-Perché? perché???; 8-Cercare; 9-Rabbia e disperazione; 10-Cambiamento; 11- Lenta consapevolezza (di se stessi e quindi di tutto ciò che é al di fuori); 12-Cercare, scavare, approfondire; 13-Spinta verso il mistico; 14-Accettazione del proprio limite; 15-Accettazione del cerchio; 16-Senso di fraternità; 17-Ricongiungimento, Amore Infinito’.
Allora forse le ferite di Vari non sono solo quelle che squarciano le carni della Vittima, ma anche quelle che dilaniano ora l’Assassino, e ancora quelle, antiche devastanti e incurabili, che lo hanno reso tale”.
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2003, Silvana Turco
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“La ricerca di Valter Vari si concentra sulla elaborazione fantastica di un tema astratto o realistico, in un confronto costante con i materiali più vari, eterogenei, che difficilmente vengono messi in relazione, ma che generano la sensazione del contrasto Forte-Debole”
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2003, Simonetta Serangeli su “Il pentagramma della vita”
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“…. dimensione esistenziale della vita che Valter Vari traduce in tensioni emotive; opta a favore di un linguaggio essenziale quando traccia percorsi verticali, che ospitano vibrazioni segnico-
formali, presenze che divengono ricordi, accadimenti formali ben delineati; impronte sagomate sono nette presenze colorate senza tempo, vagamente riconoscibili, che si disciolgono e sembrano danzare sul pavimento sotto lo sguardo attento dello spettatore. Il percorso stilistico di Vari va dal figurativo, all’astratto-informale per utilizzare nell’ultima fase della ricerca materiali moderni come plastiche, inchiostri tipografici, carte da parati ecc. Questo artista sviluppa le sue ‘melodie’ all’insegna di un progetto grafico che vede qui riproporre una sorta di pannello, appunto un ‘Pentagramma della vita’, un palcoscenico sul quale si depositano e sedimentano, adagiandosi, forme ripetute secondo serialità gestuale, orme che testimoniano ricordi di precisi accadimenti. Non si tratta di un nuovo alfabeto segnico ma di immagini sequenziali chiare o appena accennate, di per se stesse significanti e pronte a ricordare in chi guarda che tutto è … mutevole e fuggevole come la nostra contemporaneità!”
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2003, Arianna Mercanti
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“Valter Vari segue un iter creativo in cui la materia si distende sulla superficie attraverso stratificazioni e sovrapposizioni e in cui l’immagine mantiene in un impulso gestuale, una diversa accezione del caso e dell’accidentalità. Per alcune opere esposte in mostra l’artista usa e rielabora la tecnica della stampa privando il procedimento della matrice e affidando la definizione dell’immagine al “passaggio” diretto del rullo su di un supporto cartaceo. Le risoluzioni formali non vengono quindi incise ma impresse attraverso un procedimento simile al monotipo che consente all’artista di eludere campiture piatte, omogenee e di affidare il formarsi dell’opera alla sovrapposizione di più inchiostrazioni, al compenetrarsi di viscosità e cromie differenti. Questa costruzione additiva – strato su strato – in alcuni punti si coagula, si addensa in aggetti materici, in altri si alleggerisce in impronte sommesse, quasi impercettibili, dando vita a immagini pulsanti, vibranti che l’artista dispone in percorsi verticali e/o orizzontali. Le forme difatti si ordinano sulla carta – spessa e dagli orditi visibili – in modo sequenziale creando una sorta di spartito visivo in cui agiscono e si legano l’una all’altra in una sorta di melodia remota”.
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2002, Roberto Gramiccia su “Arte, salute, lavoro”
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“Valter Vari è un artista paziente, capace di collezionare e mettere in successione pezzi di macine di cemento per ricostruire il suo “Scheletro di dinosauro”, come di allineare tondi recipienti di vetro che contengono sabbia, dopo aver lasciato nella sabbia la loro impronta in una allegoria efficace della dimensione spazio-tempo”
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2001, Massimo Locci sulla serie “Terracotta”
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“L’opera di Valter Vari ha radici nell’espressionismo astratto e nell’informale.
Egli sembra programmaticamente orientato verso un assolutismo formale, un azzeramento della rappresentazione e della valenza materica. Il suo linguaggio è trasversale, in quanto sintesi di precedenti ricerche artistiche, ma è anche selettivo, in quanto conseguenza logica di valutazioni estetiche che gli appartengono e che sono la premessa per la riscoperta delle avanguardie artistiche del ‘900.
La propensione astratta è, come già per il Suprematismo di Malevic, la manifestazione della supremazia del significato rispetto al significante, della sensibilità interpretativa nei confronti della rappresentazione, l’esaltazione del concetto a detrimento dei caratteri figurativi della comunicazione.
Nelle formelle quadrate in terracotta l’assolutismo geometrico viene contaminato dal pattern materico e dalle fratture che l’artista stesso produce. Le trame derivanti dalla ricomposizione delle forme (saldature-cuciture) rappresentano un suo linguaggio per segni, una sorta di grafismo elementare. Questi segni non appartengono all’universo simbolico, in quanto non fanno riferimento ad alcuna raffigurazione del reale, né rappresentano una forma di scrittura, in quanto frutto di un processo non codificabile e non ripetibile. Questi segni sono la manifestazione di un impulso automatico, di un gesto trasgressivo che lo porta a spezzare le lastre: programmaticamente non possono rispondere ad una logica razionale, a un rigore compositivo. Anche in questo caso siamo di fronte ad una azione corrosiva, di rottura di simboli, una manifestazione di disagio dell’artista rispetto a ciò che gli accade intorno”.
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1998, Massimo Locci su “Eni(g)ma”
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“Del complesso intervento progettato da Valter Vari (‘Eni(g)ma’) sono attratto in particolar modo dall’uso del fotogramma con la scrittura egizia. Ciò deriva dal fatto che il suo lavoro appare estremamente logico e chiaramente decifrabile. La fascia di fotogrammi che, come in un racconto filmato, scandisce la scena e il tempo. La trama di polietilene rossa definisce la griglia modulare che misura lo spazio della rappresentazione.
La lacerazione sull’intonaco, più che una ferita rappresenta lo sconfinamento dei limiti del percepibile, oltre lo spazio e oltre il tempo. Un processo di svelamento a ritroso per scoprire le stratificazioni della storia del luogo. Alla ricerca del profondo, della struttura che tutto supporta, forse dell’anima che è mascherata nell’anonimo vano. I cassonetti luminosi inseriti nelle nicchie rappresentano l’interesse per la deroga, per l’alternanza dei significati duali e opposti: luce-tenebre, pieno-vuoto, positivo-negativo. Un intervento essenziale nell’espressione e limpido nella formulazione concettuale e metodologica.
Viceversa sfugge alla comprensione immediata e razionale l’uso delle icone con i geroglifici. Tutto ciò spinge a cercare di decifrare l’enigma, per comprendere quale ruolo abbia, per esempio, il simbolo del gufo unito a quello del braccio o il cerchio con la croce, raffigurazione di un villaggio con un incrocio di strade.
Apprendo innanzitutto che l’immagine è tratta dall’obelisco di San Giovanni in Laterano; non ha senso, perciò, tentare di interpretare il significato dei segni (gufo=M, braccio=A, etc.) in quanto l’icona è un frammento dell’intera iscrizione e perciò non possiede un senso compiuto. La relazione che l’artista ha privilegiato è quindi il legame con il luogo (topos) più che con il significato del testo (logos).
L’indagine va dunque rivolta verso le leggi della topica, verso la teoria dei luoghi logici e l’arte di inventarli.
Per Valter Vari il ragionamento sul luogo fisico coincide con l’interpretazione del linguaggio, con la decriptazione dei segni, ma anche con il gioco e la con-fusione dei suoi significati.
Guardando una iscrizione egizia si nota immediatamente che i gruppi di geroglifici sono composti in modo da identificare circuitazioni di lettura differenti, da sinistra a destra e viceversa, dall’alto in basso e viceversa. Il verso di lettura si può capire osservando le ”effigi: se sono rivolte a destra è necessario leggere da destra, se sono rivolte verso l’alto si parte dall’alto. In altri termini è lo sguardo che determina l’orientamento, il senso di lettura e le correlazioni dell’interpretazione. Inoltre è risaputo che, nello studio comparato dei geroglifici, solo talvolta il significato coincide con ciò che rappresentano; più spesso essi identificano unicamente le consonanti, viceversa le vocali quasi mai venivano scritte. Tutto ciò ha reso enigmatica ed incomprensibile per secoli la lingua dei faraoni. Anche se gli studi di Champollion (1822) hanno dimostrato che l’antico egizio non era una crittura pittorica vera e propria, in quanto gran parte dei pittogrammi non ha valore di simbolo ma corrisponde semplicemente a una lettera alfabetica e di conseguenza a un suono. Ciò che, da sempre, affascina maggiormente gli studiosi di cose egizie è il senso estetico della composizione di figure e segni, la loro posizione nell’impaginato della stele, le arcane relazioni tra gli ideogrammi. A ben guardare sono più importanti le spaziature, i vuoti tra un lemma e il successivo, che le icone vere e proprie. Come un antico scriba, l’artista contemporaneo non ha interesse a svelare il mistero: scompone e ricompone frammenti di immagini e di figure per ideare nuove storie. Il processo messo in atto da Valter Vari segue la logica della criptazione, del nascondimento, della pluralità e compresenza delle interpretazioni.
D’altronde lo stesso titolo della rassegna, ANIME, se lo si legge come uno scritto egizio, non diventa forse

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1998, Vito Apuleio su “Eni(g)ma”
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“La stimolazione di una memoria storica sospesa sulla quasi metafisica fissità della citazione è il percorso di Valter Vari (nell’intervento ‘Eni(g)ma’). Come fotogrammi visti alla moviola gli elementi di scrittura egizia ripresi dall’obelisco di San Giovanni scorrono lungo le pareti della galleria. La mediazione del supporto acetato e il filtro della rete in polietilene rossa vivono la consapevolezza della sonorità timbrica e, insieme, la sua reiscrizione in una nuova specificità di segno. Ne consegue un complesso gioco di rimandi ottici e mentali che Vari trasforma in una epifania di forme scandite da precisi ritmi e che poi l’artista porta a concretezza con quei frammenti di intonaco staccati dalla parete e lasciati in terra. Chiara allusione alla continuità della storia e a quel concetto laico del Sacro comune ai quattro protagonisti di questa rassegna”
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1998, Mario Giovagnoli su “Ricordo della Stele di Axum”
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“L’intervento proposto da Valter Vari tende ad evidenziare l’ineluttabile processo di stratificazione che caratterizza la storia.
Vista la necessità di restituire all’Etiopia la stele di Axum, sembra opportuno all’artista che lo spazio lasciato vuoto dall’asportazione venga in qualche modo integrato dal ricordo della stessa.
L’idea progettuale consiste nella materializzazione della Memoria attraverso la creazione di una figura negativa ottenuta dallo skyline della stele: in questo modo, nel pensiero dei romani non rimarrà soltanto un ricordo di essa, ma una testimonianza tangibile destinata a durare nel tempo.
Come il restauratore reintegra le antiche pitture con un segno neutro (il rigatino del restauro) ricostruendo così l’unità d’immagine, così lo skyline negativo reintegra l’immagine storicizzata della stele, ma senza falsificare l’opera.
La struttura dovrà apparire ‘neutra’, ‘fasciata’ da grosse panneggiature che esprimano l’intento di avvolgere il vuoto che la stele ha lasciato; a tale scopo verrà utilizzato un rivestimento in travertino, che astrattamente ricordi il panneggio classico, inserito su una struttura in cemento armato portante”.