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2025, Alex Colard su “STRATIFICAZIONI N. 10”
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“The layered texture draws you in, it’s fun to explore”.
La texture a strati ti cattura ed è divertente esplorarla
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2025, Ainhoa Fernandez su “Segni N. 2”
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“C’è un equilibrio così bello tra controllo e spontaneità che sembra tutto naturale”
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2025, Flavio Scaloni su “N. 13 Stratificazioni”
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“Magnifica opera su carta dove l’acquarello è magistralmente utilizzato per rendere una superficie ruvida e grezza. Bell’effetto visivo, sicuramente amplificato dalle dimensioni importanti dell’opera. Consiglio vivamente di esplorare tutta la serie di acquarelli di V. Vari, peraltro proposta a prezzi molto ragionevoli”.
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2025, Ainhoa Fernandez su “Contrasti”
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“A resonant work that speaks on many levels, both aesthetically and emotionally. Congrats!”
(Un’opera toccante che parla a più livelli, sia estetici che emotivi. Complimenti!)
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2025, Massimo Locci su “Architettura e arte”
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Una nuova declinazione del rapporto Arte/Architettura
L’incontro che si propone di realizzare alla Casa dell’Architettura intende indagare l’insieme dei procedimenti che portano alla realizzazione pratica di un progetto, da un pensiero alla sua rappresentazione in un disegno, fino a metterlo “in opera”.
Pertanto pensando agli strumenti e ai materiali necessari per poterlo fare, alle loro caratteristiche e qualità formali, materiche e cromatiche. Mettendo anche in discussione lo specifico destino per cui sono stati pensati e realizzati. Strumenti non più atti a costruire spazi fisici ma perfetti per evocare spazi mentali.
Non a caso Valter Vari per formazione e metodologia progettuale è strettamente legato alla disciplina dell’architettura. Nelle sue opere artistiche ha sempre indagato le potenzialità espressive di vari componenti edilizi, materie semplici, antiche e moderne, elementi seriali prefabbricati, prodotti industriali senza alcuna apparente caratterizzazione formale o valenza estetica.
Nel suo approccio e nel suo linguaggio, tecnico ed espressivo, si ritrova il comune sentire dei maestri del passato, che da sempre è stato un dato caratteristico dei grandi artisti: da Fidia a Michelangelo, da Bernini a Le Corbusier.
Che l’architettura e l’arte abbiano relazioni strette è un dato scontato, fa parte della storia dell’umanità. Ciò che Valter Vari realizza in più è una modalità unitaria di pensiero e di azione con sconfinamenti consapevoli dai limiti disciplinari, coinvolgendo l’idea di spazio e di intervento nel paesaggio.
Roma luglio 2025
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2024, Art & Società su “Rotatoria”
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2024, Giorgio Bertozzi su “Rotatoria”
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“Futuro e Tradizione
Le “rotonde” sono tipicamente specifiche intersezioni stradali progettate per migliorare la circolazione del traffico. Possono essere presenti sia in aree urbane che extraurbane, e il loro scopo principale consiste nel facilitare il flusso del traffico e migliorare la sicurezza stradale. È divenuto di uso diffuso e via via sempre più ricercato realizzare rotonde con attenzione all’aspetto estetico, ornamentale e anche descrittivo della realtà economica, storica, culturale e geografica, utilizzando per questo elementi come aiuole o sculture che ne valorizzano anche l’estetica. Naturalmente tutto questo avviene applicando criteri di sicurezza e salvaguardia, L’abbellimento e la decorazione delle rotonde stradali sono pratiche comuni per migliorare l’aspetto estetico delle aree urbane ed extraurbane, ad esempio la rotonda di Villa Verucchio sulla statale Marecchiese, in provincia di Rimini, con la collocazione di una macina a pietra in uso negli antichi frantoi, rappresenta un esempio di come l’arte pubblica e la valorizzazione del territorio possano essere integrate nella pianificazione urbana. L’abbellimento delle rotonde non solo contribuisce all’estetica delle aree circostanti ma influenza positivamente l’animo e la percezione dei fruitori dell’area.
Come afferma Emidio Di Carlo relativamente alla mostra “Sabini” di Valter Vari: Nel “nuovo” di Vari progredisce l’excursus di quegli artisti che, nell’immediato dopoguerra, da Parigi a Tokyo, da New York a Roma, diedero consistenza ad un prevalente linguaggio, grafico e formale. Questo spirito internazionale, Valter Vari ha profuso, nell’installazione che impreziosisce la Rotonda di Stazzano realizzata nell’intersezione tra le provinciali Maremmana inferiore Rieti e Ponte delle Tavole. L’ installazione è generata attraverso il riuso di parti meccaniche, 20 dischi, di macchine per la spremitura dell’olio, dischi decorati con i colori primari, rosso e blu, che da sempre caratterizzano le opere artistiche dell’architetto Valter Vari, I dischi sono disposti in verticale con un andamento sinuoso e armonico, coerente con il lento scorrere del tempo, proprio, di questa laboriosa parte delle Sabina. Nell’area dove l’opera è collocata, uno splendido ulivo rimarca e sottolinea la vocazione produttiva del territorio.
Possiamo dire che l’opera di Valter Vari si presenta come una fusione riuscita tra il linguaggio artistico globale e la specificità locale. Attraverso il riuso creativo di parti meccaniche, la scelta di colori distintivi e la presenza di simboli locali come l’ulivo, Vari offre una riflessione profonda sulla storia, sulla produzione e sull’identità del territorio. La sua installazione diventa così una testimonianza tangibile dell’arte come mezzo di connessione e di interpretazione della realtà che ci circonda.
Caterina Nobiloni così ha scritto di Valter Vari: Secondo Kandinsky “la profondità la troviamo nel blu”, si tratta di quel tipo di profondità che attiene all’Anima, che ci riporta a noi stessi e a ciò di cui realmente siamo fatti nel nostro intimo. È lo stesso percorso a -rebus- che Valter Vari traccia durante le sue ricerche di oggetti dismessi e abbandonati, in una parola: passati. Di questi disparati ed eterogenei ritrovamenti egli mette in atto, più che un recupero nostalgico, una riscrittura artistica, dettata dalla necessità di lavorare su “tracce del passato”.
La chiave di lettura fornita da Caterina Nobiloni risulta illuminante nell’analisi dell’installazione dell’architetto Valter Vari realizzata nel comune di Palombara Sabina. Questo approccio, basato sulla profondità evocativa del blu e sulla riscrittura artistica di oggetti del passato, trova riscontro nella complessità concettuale e nell’estetica dell’opera, a cui l’artista somma il rosso acceso, a testimonianza della passione che l’uomo, da millenni, dedica alla coltivazione dell’olivo ed alla produzione dell’olio.
L’installazione di Palombara Sabina va concepita come una sorta di architettura del ricordo, dove la materialità degli oggetti abbandonati diventa il punto di partenza per una nuova espressione artistica. Le tracce del passato, rilette attraverso la lente creativa di Valter Vari, si integrano nell’opera per tessere una narrazione visiva che connette il presente e il passato del luogo”.
Roma 2 gennaio 2024
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2024, Massimo Locci su “Regina Viarum”
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“Questi nuovi lavori di Valter Vari sono ospitati in uno spazio eminentemente simbolico: il Complesso della Ex Cartiera Latina sulla via Appia Antica a Roma che, da ambito di lavoro e di produzione, è divenuto luogo di fruizione culturale e conservazione di memorie. Uno straordinario connubio tra archeologia industriale e archeologia classica.
Il suo intervento artistico si fonda, proprio, sul convincimento che i luoghi ove la presenza antropica è più antica, sono contesti naturalmente vocati a rivestire un ruolo cardine nel sistema delle relazioni sociali e delle sperimentazioni artistiche, in assoluto un luogo della comunicazione fisica e concettuale.
Nello specifico la via Appia Antica è la ‘strada’ per eccellenza, la via dei commerci più importante nei secoli, invera il topos del connettere e dell’attraversare i territori, rappresenta il nesso simbolico che lega l’occidente all’oriente, Roma al mondo ellenico e a Costantinopoli. Un luogo dove il confronto tra figure simboliche assume valori assoluti, come pochi, tra forme antropiche e paesaggio, tra architettura e arte, tra archeologia e produzione agricola, tra storia e memoria.
<<L’evento “Regina Viarum”- scrive il curatore Giorgio Bertozzi – si sviluppa come fosse la performance di un unico artista in un amalgama di installazioni pavimentali, grandi dipinti, sculture. Caleidoscopici drappi, appesi alle nervature d’acciaio che fungono da tiranti per la copertura della sala permetteranno quello che metaforicamente e visivamente vuole essere, nel punto di congiunzione del Cardo e Decumano >>.
Valter Vari, da architetto e artista, aderisce alla sollecitazione del curatore realizzando una installazione che ruota intorno a una figura emblematica, che rappresenta la polarità principale dell’impianto espositivo: è il centro dello spazio. Solo che, al vuoto dell’incrocio cardo-decumanico, realizza un pieno, un cubo da attraversare. Definito da semplici teli con un’alternanza di fasce dipinte e di trasparenze, il volume svolge lo stesso ruolo – quale elemento di misura e di scomposizione dello spazio – dei volumi lievi in fogli di Sicofoil dipinti di Carla Accardi negli anni ‘60 e ’70.
La ‘wunderkammer’ di Valter Vari, inoltre, si mette in dialogo con le complesse e stratificate compresenze del sito, creando nuove relazioni duali: tra i monumenti antichi e i suoi inserti artistici, tra le trame geometriche euclidee (maglie e figure quadrate) e la gestualità informale (dripping), tra positivo e negativo (figure quadrate trattate con la materia colore contrapposte a figure quadrate trattate come quadri assenti), tra tela coprente e reti trasparenti (alternanza pieno-vuoto). In particolare questo gioco di dualità crea rimandi visivi tra percezione ravvicinata e distante, tra il dentro e il fuori (box in the box, l’architettura nell’architettura).
Le contrapposizioni – la superficie che si fa spazio, la materia leggera che allude a quella lapidea, il colore-luce che diventa decorazione – rivestono, quindi, un ruolo rappresentativo della forma insediativa, artistica ed architettonica. In sintesi l’artista riafferma i valori della diversità e del contrasto; gli strumenti sono: presenza-assenza, denso-rarefatto, materia grezza-forma, astrazione-rappresentazione, unicità-molteplicità. La sua metodologia si basa proprio su una struttura compositiva chiara, su precise matrici morfologiche, su connessioni-sconnessioni sintattiche e virtualità percettive.
Questi rimandi alla storia dell’arte antica e contemporanea rappresentano un gioco sottile e tendenzioso, un viaggio nella geografia dei concetti che mira ad azzerare la distanza attuale tra società’ civile e arti visive, definendo un nuovo territorio di confronto.
Il cubo centrale, non sfugge, rappresenta anche una sorta di tempio moderno e virtuale. Configura il momento della solennità, il centro e il polo gravitazionale su cui ruotano le altre figure, creando una costellazione e una trama di rimandi: dal centro alla periferia (della galleria espositiva e, simbolicamente, della città), dalla storia antica al presente, con tutte le evidenti contraddizioni e potenzialità inespresse.
Il cubo centrale rievoca gli antichi riti, perché proprio in quel luogo, precisamente sul lato opposto della strada – dove è presente un fienile ottocentesco – è stato rinvenuto un tempio a doppia cella. Luogo sacro eletto, quindi, dove gli antichi fasti sono rimasti attivi nella memoria collettiva. Per secoli, infatti, archeologi e storici dell’arte, vedutisti, hanno scelto quel sito per i propri studi e le proprie rappresentazioni, affascinati dalle stratificazioni infinite dell’esperienza storico-artistica e antropica.
E’ significativo che, in una di queste composizioni lateralizzate rispetto al cubo-tempio, Valter Vari abbia collocato un proprio intervento pittorico, sovrapposto alle dodici tavole di Giovan Battista Nolli, la più bella e famosa rappresentazione della Forma Urbis, realizzata alla metà del ‘700. L’opera rende palese che l’esperienza artistica è in continua mutazione, può essere ripresa da altri a patto che la sovrapposizione si concretizzi quale strumento della metafora, quale svelamento di meccanismi simbolici, ed operi nella contaminazione delle culture: quella antica e quella contemporanea.
Le fascinose e meticolose ricostruzioni planimetriche del Nolli raffigurano il dialogo stretto, allora ancora evidente, tra quella che era la Roma moderna, le mirabili vestigia classiche e la campagna romana (con i grandi segni territoriali: gli acquedotti, i mausolei, le mura, i tracciati viari).
A questa pianta l’artista ha sovrapposto una materia pittorica nera, realizzata di getto con grandi pennellate, senza alcuna attenzione a ciò che esse coprono. Nell’attualizzazione della carta, le stesure violente di colore nero di Valter Vari simboleggiano lo strato del contemporaneo, ma sono anche una sorta di cancellazione alla Emilio Isgrò, quasi un processo di catramazione che elimina i siti rappresentati. Direi un palese atto di denuncia della società contemporanea per la nostra incapacità di rispettare e valorizzare il valore sacrale dei luoghi antichi, della Natura e del paesaggio.
Roma 27.01.2024
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2022, Giorgio Bertozzi su “Citazioni”
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“Valter Vari omaggia con la sua mostra personale una delle più celebrate realizzazioni urbanistiche del ricchissimo patrimonio architettonico italiano: Civita Di Bagnoregio, luogo dal fascino senza tempo.
L’omaggio risulta particolarmente efficace, perchè realizzato da Valter Vari, artista e architetto che ha contribuito in modo determinante al recupero e alla valorizzazione di ArtValle lo spazio espositivo di Bagnoregio. Valter Vari aggiunge alla maestria tecnica, che fa delle sue opere uno specchio estetico di elevato valore, dove l’artista si compiace del gusto del bello e del colto attraverso raffinati intrecci di ermetici enigmi che si sciolgono come nodi complessi solo per chi si sente pronto ad indagare le commistioni intellettuali e le Citazioni di rara intensità ed efficacia.
Le Citazioni contenute nelle opere del progetto espositivo di Valter Vari sono raffinate, colte, necessarie e sono una caratteristica importante, da molti realizzata inconsapevolmente, dell’arte che segna nella continuità il passaggio del tempo, caratteristica avente la stessa modalità d’approccio proprie del virus, che inganna, in una sorta di mascheramento, la cellula in cui penetra. Molti tra i più interessanti fenomeni, che nel momento germinale non sono mossi da finalità mercantili, agiscono come una positiva malattia all’interno di un organismo dato, che si modifica a partire da essa, che l’assorbe adattandola e adattandovisi.
La funzione attiva delle Citazioni è quanto di più distante ci sia dalla realizzazione della copia, utile, questa si, ad una operazione di banale mercato. Le Citazioni diventano un omaggio al genio creativo, spesso incompreso per i contemporanei, divenendo il combustibile culturale in quanto finisce per conferire all’autore la medesima missione svolta nei secoli dai discepoli dei filosofi.
Le Citazioni nell’arte rifuggono appunto da «un atteggiamento rigidamente competitivo» e si presentano sotto forma di benefico contagio. Questo è accaduto nei secoli e questo accade oggi con le opere con cui Valter Vari omaggia Civita di Bagnoregio”.
Giorgio Bertozzi
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2022, Maurizio Vitiello
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“Valter Vari con intelligenza operativa fluidifica tracciati tra tradizione e sperimentazione per offrire inconsuete immagini e/o elaborati plastici. Con convinzione estrema appronta e affronta materie, linee di perlustrazione e segmenti d’indagine, nella voglia di far combaciare linee architettoniche, sussulti cromatici e reti segniche”
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2019, Maurizio Vitiello su “Fuoco in città”
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“Valter Vari, da fine architetto e artista, procede a investigare su luoghi e circostanze visive. Riesce a focalizzare attenzioni massime e a riscoprire oggetti particolari, quasi destinati all’oblio. Non manca di senso pratico, per la verità. L’occhio di architetto lo aiuta a bilanciare in equilibri serrati proposte visive quanto novità consistenti. In una vertigine di respiro pianifica e regola stesure cadenzate, efficaci. Per Valter Vari è sempre necessario qualificare una ricerca e una produzione attenta. Rimandi materici, linee geometriche, ritagliate corposità diventano forma e consistente sapienza. Il gesto dell’artista in commistioni stilistiche d’indiscusso effetto percettivo saldano gli spazi rappresentativi in scenari dialettici profondi. Di fronte alle opere di Valter Vari si è sollecitati ad afferrare pensieri affabulanti e fremiti energetici. Modula il suo battito sulla percezione dei sensi. Gli scenari conoscitivi seguono modelli di riferimento per navigare su rotte del pensiero, tese alla ricerca memoriale del fantastico”
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2019, Serena Mariani su “Tracce in città”
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“Nel suggestivo spazio espositivo della Fondamenta Gallery, le stratificazioni di colori su ampie tele tripartite e le istallazioni dell’ artista Valter Vari creano sorprendenti connessioni tra opere e spazio artistico, tra l’ io dell’ individuo urbano e lo spazio vissuto.
La città come paradigma di contraddizioni tra ciò che accoglie e ciò che estranea, come sostrato fatto di luci, suoni e fratture.
L’ artista riesce felicemente, in una piacevole e godibile atmosfera underground, a risolvere quell’ insanabile contrasto e perdurante conflitto tra senso di appartenza e sguardo critico. Le tracce del passaggio del singolo che vive e condivide la pluralità di spazi e luoghi della propria amata e sofferta città sono intrise di tempo storico, di contemporaneità, ma soprattutto di fratture e di continuità”
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2019, Inside art su “Tracce in città”
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2015, Serena Mariani su “60 percorsi”
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“La mostra ’60 Percorsi’ nel momento in cui si pone come corollario di opere, per l’appunto sessanta, definito nel numero, ma mai definitivo, a cui l’artista è pervenuto nel corso degli anni di sperimentazione linguistico formale che lo hanno contraddistinto, sfugge a qualsiasi tipo di quantificazione limitata e limitante e si pone allo sguardo dello spettatore come parte di un tutto.
Il tema della percorrenza, del transito, dell’attraversamento, nello spazio espositivo di questa mostra, si fa opera esso stesso. 60 Percorsi è una mostra in cui ogni singolo lavoro cessa di essere autoreferenziale, per testimoniare un’unica opera e quindi un unico percorso, quello dell’artista Valter vari, che dalla tela all’istallazione, dal gesto pittorico a quello salvifico di recupero dei materiali agricoli e industriali, ci spinge a recepire l’opera non come manifestazione finale di un processo creativo, bensì come l’epifania di un divenire artistico. I percorsi sono l’iter creativo, l’impulso totalizzante dell’autore che si manifesta come frammento nelle singole opere e talvolta nella singola opera. Ma sono anche i percorsi esistenziali, nel momento in cui l’arte e la vita si confondono in una trama inestricabile, nella quale non ci è dato distinguere dove inizia una e finisce l’altra. L’arte quindi come percorso senza meta finale che, attraverso le opere, si attiva nel sentire e nelle coscienze di chi ne fruisce, ramificandosi e spargendosi all’infinito”.
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2015, Serena Mariani su “Riccioli”
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“Arte e vita, materia e forma, si fondono nella sublimazione di un dato reale, dei riccioli di lamiera zincata, scarti di cantieri stradali a cui l’artista dona nuova vita. Una spirale intrisa di tempo storico, quello dell’oggetto prelevato, con un proprio vissuto, e il tempo dell’arte, attuale ed eterno.
Il movimento ciclico discendente della spirale rende efficacemente questo senso di continuità e di ciclicità della vita così come della creazione artistica”
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2015, Serena Mariani su “Trame 4”
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“Dalla caotica e casuale stratificazione di cromie ancora blu, rosse e gialle, sembrano emergere con maggior decisione delle tracce nere, come a voler razionalizzare, decodificare quello che è solamente il risultato di un automatismo psichico, prevalentemente informale”
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2015, Giorgio Bertozzi su “60 percorsi”
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“Valter Vari ha donato alla città di Mentana una delle più belle mostre che ho avuto il piacere di ammirare negli spazi espositivi comunali della Galleria Borghese. Pitture, installazioni, sculture, strutture e forme, sapientemente lavorate e colorate. Forme dentro le quali si è attirati d’istinto perché evocative di fossili appartenuti a mandrie di dinosauri estinti, attirati all’interno dell’emiciclo di un coro dove imponenti leggii sorreggono spartiti dalle melodiose armonie che riempiono le navate dello spazio. Cosa dire poi dei coloratissimi ombrellini orientali impilati come a formare un tronco di dischi variopinti, diventati strumenti di comunicazione di un artista che non difetta certo di fantasia, creatività e genialità esecutiva. Anche l’impiego di materiali improbabili diventa scontato, nel senso dell’accettazione immediata della forma e del messaggio che Valter Vari vuole trasmetterci”.
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2015, Massimo Locci su “Orme”
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“Nella esposizione ‘Orme’ alla Galleria Campioli Valter Vari presenta i suoi nuovi lavori, realizzati con tecniche varie e composti da legno, garze, fili e forme da scarpe dipinte. Da queste ultime discende il titolo della mostra ‘Orme’.
I fili definiscono uno spartito musicale e le forme da scarpe rappresentano le note ma, anche, le figure umane che lasciano reali segni del loro passaggio sulla terra, impronte di vita nello spazio.
La composizione è una palese sinèddoche, cioè un procedimento linguistico-espressivo che consiste nell’attribuire a una parte i significati del tutto: le forme da scarpe rappresentano i piedi, quindi gli uomini e la società; le orme alludono al vissuto, agli eventi, alla Storia.
Già in passato, nel 2005, Valter Vari aveva lavorato sul tema delle tracce (“Tracce su iuta”, “Tracce su piombo”, “Tracce su resina”) legando il segno prodotto da un rullo tipografico al movimento lento e all’azione sistematica dell’operatore. In quel ciclo aveva contrastato la ripetitività della tecnica grafica intervenendo solo con sovrapposizione di materia-colore: ne aveva poi misurato gli effetti “casuali” (striature policrome) sulle diverse materie di supporto. In quel caso, grazie alla tecnica veloce e ai pochi tratti essenziali, emergeva una fluidità narrativa, lo scorrere del tempo e la varietà poli-sensoriale del vissuto.
In questi nuovi lavori Valter Vari realizza un vero sconfinamento disciplinare: dall’antropologia all’arte, dalla dimensione sociale all’estetica, dalla memoria del lavoro agricolo e artigianale all’idea di spazio morfologico.
Le nuove composizioni diventano tridimensionali e le aggregazioni non sono più frutto del caso, ma discendono da un ‘gioco sapiente’ di relazioni geometrico-proporzionali. Sono esito di stadi attuativi differiti nel tempo, in cui i vuoti, gli spazi residuali, sono altrettanto importanti quanto le forme piene.
Le ‘orme’ costituiscono una modalità interpretativa, di una vicenda e/o di un contesto, reale o solo immaginato; rappresentano una procedura metodologica, un’ermeneutica per capire e prefigurare un sito, un modo di ragionare sullo spazio costruito attraverso addizioni, addensamenti, deformazioni e ripetizione di elementi.
Allo stesso tempo i pentagrammi rappresentano un sistema di relazioni ordinate ed, essendo Valter Vari anche un progettista, si può immaginare che gli stessi e le singole parti possono rappresentare
anche disegni di città fantastiche e architetture libere, cioè interpretazioni astratte e atopiche dello spazio.
Le aggregazioni, per altri versi, sono interpretabili come figure plastiche senza tipologie reali e prestabilite, che traggono ispirazione solo dal contenitore della propria esperienza visiva. Nella rappresentazione l’architettura viene assorbita come memoria e rappresentata come figura a se
stante. Lo spazio fruibile si trasforma quindi in simbolo, da protagonista si tramuta in comprimario. Risulta pertanto un archetipo, come viene inteso da C.G. Jung, cioè prodotto della memoria collettiva.
Lo spazio prefigurato da Valter Vari, in virtù dell’interdipendenza delle parti, è immerso in un universo comunicativo e relazionale; egli stesso è costantemente alla ricerca di strumenti per una migliore trasmissione e comunicazione della propria visione espressivo-sensoriale. Nello specifico ricerca lo spazio della Storia dell’Arte e dell’Architettura; territori che devono essere attraversati e vissuti, ma anche valutati in relazione alla cultura che li hanno prodotti, quindi indagando le componenti sociali, storiche, antropologiche, tecniche e teoriche.
Inoltre, essendo le orme vere e proprie tracce permanenti dell’esperienza vissuta dalle generazioni che ci hanno preceduto, le stesse evocano ancora ricordi ancestrali. L’artista propone, infatti, una lettura a-storica che è ben sintetizzata dall’assioma di Edward Carr “La storia consiste essenzialmente nel guardare il passato con gli occhi del presente e alla luce dei problemi del presente”.
L’intenzione è individuare valori da sostenere, rileggere, interpretare e amplificare legando l’esperienza storica agli indirizzi reali, in un arco temporale che dal passato ci riconduce al contemporaneo.
Anche la componente zoomorfica, le sembianze di animali preistorici (i “Dinosauri”) cui le aggregazioni di componenti meccaniche riciclate ci riconducono, più che un gioco arbitrario risulta essere un esercizio interpretativo del mito e dell’archetipo, per dissolverne il potenziale evocativo in un repertorio di referenti più vasto possibile e lasciando aperta la possibilità di esplorare forme finalmente nuove, dove sia difficile riconoscere persino archetipi e fantasmi ancestrali.
Tra tempo sospeso, sogno e memoria, i collage di Valter Vari ci riportano a un mondo scomparso, a una condizione conciliata che non crea turbamenti o conflittualità. La capacità di assemblare immagini preesistenti va intesa, dunque, come una modalità per lavorare negli interstizi che la storia lascia aperti, come una necessità di verifica sulle potenzialità inespresse nei linguaggi contemporanei”.
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2015, Serena Mariani su “Dinosauro 2”
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“Realizzata con materiale di recupero di derivazione edile (martinetti per tritare il cemento), il grande scheletro di dinosauro assurge a forma simbolica capace di coniugare arte e primordialismo. L’iconologia dell’immaginario archetipico così, mediata dalla coscienza individuale dell’artista, rivela con immediatezza il senso di appartenenza ad un’entità cosmica universale e pre-umana. Valori primordiali, contesti sociali e culturali moderni si confondono in questo susseguirsi di tasselli di un unico ingranaggio che è il reale.
L’arte diviene il luogo in cui l’artista interiorizza il paradosso insanabile tra la temporalità del sistema industriale e consumistico e l’infinità dell’opera d’arte”
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2010, Serena Mariani su “Trame 1”
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“Il gesto casuale e inconscio del rullo che scorre sulle tele lasciando l’impronta del passaggio creativo e informale dell’artista, traduce pur sempre un certo grado di volontà e di dominio del mezzo artistico, che l’autore compie nel momento in cui varia sapientemente gli effetti di densità e di maggiore o minore mescolanza del colore. Qui infatti la trama coloristica rimanda proiezioni visive maggiormente intense e calde, generate questa volta, invece che dall’accostamento, dalla compenetrazione dei tre colori primari”